Discriminazione

In Svizzera la parità salariale è garantita dalla legge, ma non è ancora una realtà. Le donne continuano a subire un divario retributivo significativo: a livello nazionale la differenza media è del 16,2%, di cui quasi la metà non spiegabile e quindi potenzialmente riconducibile a discriminazione salariale  diretta.

Le donne poi lavorano prevalentemente con contratti di lavoro precari, in settori dove i salari sono più bassi e il lavoro meno riconosciuto.

In Ticino la situazione non è diversa. Molte donne lavorano a tempo parziale, spesso non per scelta ma per mancanza di alternative compatibili con la cura familiare, e risultano sottoccupate più degli uomini. In un cantone dove i salari sono già inferiori alla media nazionale, queste disparità diventano ancora più evidenti e impattanti. La segregazione professionale rimane marcata: le donne sono sovra-rappresentate nei settori sociosanitari ed educativi, dove le condizioni di lavoro sono più fragili e le retribuzioni più basse, mentre gli uomini dominano nei settori tecnici e industriali.

Negli ultimi decenni alcuni settori tradizionalmente maschili – come l’amministrazione pubblica, la formazione superiore e professioni sanitarie qualificate – hanno conosciuto un processo di femminilizzazione. Tuttavia, questo fenomeno non è stato accompagnato da un movimento inverso, settori storicamente femminili, in particolare quelli legati alla cura, non hanno visto una significativa mascolinizzazione. Questa asimmetria ha due spiegazioni strutturali. Da una parte i settori che si sono femminilizzati hanno spesso subito un peggioramento delle condizioni di lavoro. In generale l’ingresso massiccio delle donne in una professione è frequentemente seguito da una perdita di riconoscimento sociale, una riduzione dei salari relativi e una minore valorizzazione delle competenze. Dall’altra una mascolinizzazione dei settori della cura metterebbe in discussione stereotipi di genere profondi. Il lavoro di cura – emotivo, relazionale, domestico – è ancora culturalmente attribuito alle donne. Una presenza maschile significativa in questi ambiti renderebbe più evidente il carattere sociale e non “naturale” della divisione dei ruoli, mettendo in discussione l’intero impianto simbolico del patriarcato. Per questo tali professioni rimangono fortemente femminilizzate e poco riconosciute. Questi meccanismi contribuiscono a mantenere basse le retribuzioni nei settori femminili e a rafforzare il circolo vizioso che lega segregazione professionale, precarietà, salari inferiori e pensioni insufficienti.

La partecipazione femminile al mercato del lavoro continua inoltre a essere condizionata dalla divisione tradizionale dei compiti familiari. Le donne dedicano ancora oggi quasi il doppio del tempo degli uomini al lavoro domestico e di cura, con differenze ancora più significative nelle famiglie con figli piccoli. Questo carico aggiuntivo incide sui percorsi professionali, sulle opportunità di carriera e, di conseguenza, sulle pensioni future.

Le disuguaglianze accumulate durante la vita lavorativa si traducono in rendite pensionistiche più basse. Salari inferiori, interruzioni di carriera, lavoro a tempo parziale e periodi dedicati alla cura riducono i contributi AVS e LPP, generando pensioni insufficienti. Le donne sono quindi più esposte al rischio di povertà in età avanzata. Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica (UFS), nel secondo pilastro (LPP) le donne percepiscono in media rendite inferiori del 37% rispetto agli uomini; nel primo pilastro (AVS) il divario è più contenuto, ma le donne ricevono comunque rendite inferiori del 10–15%. Considerando tutti i pilastri insieme, il gender pension gap complessivo in Svizzera supera il 30%.

A tutto ciò si aggiunge un dato allarmante: secondo uno studio UFU–SECO del 2024, oltre la metà delle persone attive in Svizzera ha vissuto episodi di natura sessista o sessuale sul posto di lavoro, con una prevalenza più alta tra le donne (58,8%). Si tratta spesso di comportamenti ripetuti nel tempo, che colpiscono soprattutto giovani, persone in formazione e lavoratrici con contratti ausiliari. La maggior parte delle vittime non segnala quanto accaduto, segno di una cultura lavorativa ancora troppo tollerante verso molestie e abusi.

Inclusione sul lavoro, cosa chiediamo?

L’associazione erredipi chiede interventi strutturali e immediati per garantire parità reale, protezione sociale e dignità economica alle donne durante tutto l’arco della vita. In particolare:

  • Parità salariale effettiva
    Controlli sistematici e sanzioni efficaci per le aziende che non rispettano la LPar; trasparenza salariale e valorizzazione delle professioni femminilizzate.
  • Riconoscimento del lavoro di cura
    Misure che compensino l’impatto del lavoro non retribuito sulla previdenza: accrediti AVS più equi, contributi figurativi rafforzati, sostegno alle madri single e alle caregiver.
  • Pensioni dignitose per tutte
    Miglioramento delle rendite AVS, rifiuto dell’aumento dell’età pensionabile delle donne, rafforzamento del secondo pilastro.
  • Contrasto alla precarietà e al part-time involontario
    Politiche attive per l’occupazione femminile, accesso a impieghi stabili e a tempo pieno, orari compatibili con la vita familiare.
  • Tutela contro discriminazioni e molestie
    Prevenzione, formazione obbligatoria nelle aziende, sportelli di ascolto e procedure di segnalazione sicure.

Le disuguaglianze nel mercato del lavoro non sono solo un problema di equità presente: sono un debito sociale che le donne pagano due volte, oggi con salari più bassi e domani con pensioni insufficienti. Le rivendicazioni di erredipi mirano a spezzare questo circolo vizioso, promuovendo parità, sicurezza economica e giustizia sociale per tutte le donne in Ticino e in Svizzera.

Interventi sulla lotta alle discriminazioni sul lavoro