Salari: il grande problema rimosso del Ticino
I salari non crescono da soli: servono massicci investimenti pubblici, una politica economica attiva e servizi pubblici forti per fermare il declino economico e demografico del Ticino
In Ticino i salari bassi non sono solo un problema sociale, ma il segnale di un declino economico e demografico più profondo.
Non dipendono semplicemente dal libero mercato: sono il risultato di rapporti di forza, scelte politiche, assenza di politica industriale e debolezza degli investimenti pubblici.
Per fermare l’impoverimento del Cantone servono una politica economica attiva, massicci investimenti pubblici, servizi pubblici forti e una strategia capace di creare lavoro qualificato, trattenere giovani e attrarre imprese ad alto valore aggiunto.
In Ticino la questione salariale non è un tema fra gli altri: è il nodo da cui dipendono molti dei problemi economici, sociali e demografici del Cantone. Salari troppo bassi significano meno potere d’acquisto, meno consumi, meno domanda interna, più povertà lavorativa, maggiore difficoltà per le famiglie e minore capacità di trattenere giovani qualificati.
Il divario con il resto della Svizzera è ormai strutturale. I salari mediani ticinesi sono passati in vent’anni da un ritardo del 18,4% rispetto al resto del Paese a un ritardo del 23,9%. Per i salari più alti, la distanza è ancora più marcata, con un meno 30,9%, elemento che contribuisce alla fuga dei giovani qualificati verso altri cantoni o altri Paesi.
Non si tratta soltanto di una questione individuale. I salari sono innanzitutto il reddito delle famiglie. E la somma dei redditi delle famiglie costituisce una componente essenziale del reddito complessivo del Cantone. Quando i salari sono bassi, non si impoveriscono solo le singole persone: si indebolisce l’intero tessuto economico ticinese. Le famiglie dispongono di meno risorse, consumano meno, rinviano progetti di vita, faticano ad accedere all’alloggio, alla formazione, alla cura e alla partecipazione sociale. Di conseguenza, anche le imprese si confrontano con una domanda interna più fragile e con prospettive di crescita più incerte.
Una convinzione molto diffusa vuole che i salari siano semplicemente il risultato del libero incontro tra domanda e offerta sul mercato del lavoro e che, dunque, non vi sia molto che la politica possa fare. Ma questa rappresentazione è fuorviante. Il mercato del lavoro non è mai perfettamente libero, nemmeno in Svizzera, dove lo Stato interviene relativamente poco e le tutele giuridiche del posto di lavoro sono deboli. La contrattazione salariale, soprattutto quella individuale, è condizionata da molti fattori: il bisogno immediato di un reddito, la paura di perdere il lavoro, la posizione di forza del datore di lavoro rispetto al singolo dipendente, la presenza o meno di contratti collettivi, la pressione dei settori a basso valore aggiunto, la concorrenza transfrontaliera, il ricorso a subappalti, lavoro temporaneo o impieghi parziali non scelti. Parlare di salario come puro prezzo di mercato significa quindi ignorare i rapporti di forza reali entro cui quel salario viene negoziato.
I salari sono anche il risultato di scelte politiche in numerosi ambiti non direttamente legati al tessuto aziendale: scuola, formazione accademica e professionale, sanità, servizi sociali, politica dell’alloggio, mobilità, previdenza, ricerca, infrastrutture e amministrazione pubblica. Dipendono però in modo decisivo soprattutto dalla politica industriale: da quali settori economici si decide di sviluppare, da quali imprese si vogliono attrarre, da quali attività collaterali si costruiscono attorno a questi settori e da quale qualità del lavoro si intende promuovere. Non è dunque lo Stato a fissare i salari, ma è la politica pubblica a creare — o a non creare — le condizioni di mercato perché in un territorio si sviluppino lavoro qualificato, imprese solide e retribuzioni dignitose.
È proprio su questo piano che il Ticino sconta l’assenza di una vera politica economica. Da anni il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente su sgravi fiscali, pareggio di bilancio e “condizioni-quadro”, come se bastasse rendere il Cantone meno costoso per generare automaticamente buona occupazione, salari migliori e imprese ad alto valore aggiunto. Ma i risultati non confermano questa promessa.
Una politica economica degna di questo nome dovrebbe porsi alcune domande precise: quali settori vogliamo sviluppare? Quali imprese vogliamo attrarre? Quale qualità del lavoro vogliamo promuovere? Come possiamo trattenere i giovani formati in Ticino? Come rafforzare i salari, i servizi pubblici e la capacità innovativa del territorio? Negli ultimi quindici anni, il DFE non ha prodotto una visione economica di lungo periodo capace di rispondere a queste domande. Di conseguenza, al Parlamento non sono arrivati veri progetti di politica economica orientati al rilancio dei salari, alla trasformazione del tessuto produttivo e allo sviluppo di settori strategici. La strategia dominante è rimasta sostanzialmente una: contenere la spesa pubblica, ridurre la pressione fiscale e confidare nel fatto che il mercato avrebbe prodotto spontaneamente crescita e benessere. Ma una politica fondata quasi solo sul ribasso fiscale non ha colmato il divario salariale con il resto della Svizzera, non ha impedito l’aumento delle disuguaglianze e non ha creato un tessuto sufficientemente solido di imprese ad alto valore aggiunto.
Il problema è anche strategico. Il DFE rivendica spesso i buoni risultati del Ticino in materia di innovazione e sostegno alle start-up. È vero: alcuni indicatori europei restituiscono un’immagine positiva del Cantone, in particolare sul piano dell’innovazione applicata, della vitalità delle PMI e della capacità di sperimentare progetti in nicchie tecniche. Ma questi dati non bastano a dimostrare che il Ticino disponga di una struttura economica solida e competitiva nel contesto svizzero. Il punto è proprio questo: certi indicatori misurano pezzi delle “condizioni-quadro”, non i loro effetti concreti sul territorio. Possono dirci che esistono iniziative interessanti, start-up dinamiche, progetti innovativi o strumenti di promozione economica. Ma non ci dicono ancora se queste condizioni generino salari più alti, occupazione qualificata, capacità di trattenere giovani, insediamento stabile di imprese ad alto valore aggiunto e crescita duratura.
A questa domanda risponde meglio il Rapporto UBS sulla competitività cantonale 2025,[1] che colloca il Ticino al 20° posto su 26 cantoni e segnala debolezze importanti proprio nei fattori decisivi per la crescita futura: disponibilità di personale qualificato, innovazione strutturale, mercato del lavoro e capacità di trattenere competenze. In altre parole, il Ticino può apparire dinamico in alcuni confronti europei e, allo stesso tempo, risultare fragile nel confronto nazionale, dove la competizione si gioca su università forti, ricerca avanzata, imprese ad alta intensità tecnologica, personale qualificato e qualità complessiva del territorio.
Da qui nasce il vero nodo politico: non basta attrarre qualche start-up o finanziare singoli progetti innovativi. Occorre costruire le condizioni concrete perché imprese ad alto valore aggiunto scelgano di insediarsi in Ticino, restino nel tempo e offrano salari adeguati. E queste condizioni non sono solo fiscali.
Un’economia avanzata ha bisogno di persone qualificate e competitive sul mercato del lavoro, scuole solide, formazione professionale forte, licei capaci di preparare agli studi superiori, università e scuole universitarie professionali radicate nel territorio, ricerca applicata, servizi per le famiglie, alloggi accessibili, trasporti efficienti, sanità affidabile, servizi sociali ben funzionanti, amministrazione pubblica competente, infrastrutture digitali e qualità della vita. Chi lavora, dirige, investe o fa ricerca non sceglie un territorio solo in base alle imposte: sceglie un ecosistema in cui poter vivere, lavorare, innovare e costruire prospettive stabili.
Per questo il servizio pubblico non è un costo da comprimere, ma un fattore strategico di sviluppo economico. Una buona scuola forma persone qualificate. Una sanità solida garantisce qualità della vita, capacità di cura in un Cantone che invecchia e continuità lavorativa per persone e imprese. Servizi sociali e familiari ben funzionanti permettono una maggiore partecipazione al lavoro e riducono le disuguaglianze che frenano lo sviluppo. Una buona mobilità collega persone, imprese e conoscenze. Un’amministrazione efficiente facilita l’attività economica. Il servizio pubblico è l’infrastruttura invisibile senza la quale non esiste vera competitività.
Per ErreDiPi, la questione salariale deve quindi tornare con forza al centro dell’attenzione pubblica. Ma per farlo occorre sviluppare una vera politica economica cantonale, nella quale i salari non siano un tema settoriale, bensì l’asse portante di un nuovo modello di sviluppo. Rafforzare i salari significa rafforzare la classe media, ridurre la povertà lavorativa, sostenere la domanda interna, rendere il Ticino più attrattivo per famiglie e imprese e ampliare in modo più stabile la base fiscale del Cantone.
Accanto a questo serve un rilancio del servizio pubblico, nella consapevolezza che scuola, sanità, socialità, mobilità, ricerca e amministrazione non sono semplici capitoli di spesa, ma condizioni essenziali per creare valore. Non si tratta di opporre salari e imprese, né Stato sociale e sviluppo economico. Al contrario: un territorio povero di salari e povero di servizi è anche un territorio povero di prospettive.
[1] https://www.ubs.com/content/dam/assets/news/2025/08/28/ubs-cio-kwi-2025-de.pdf
Il nostro impegno
- ErreDiPi si impegna a riportare il tema dei salari e del servizio pubblico al centro del dibattito ticinese. Chiediamo una politica economica che non si limiti al pareggio dei conti e agli sgravi fiscali, ma che agisca sul potere d’acquisto, sulla qualità del lavoro, sulla forza dei servizi pubblici e sulla capacità del Cantone di creare valore.
- Vogliamo un Ticino che scelga consapevolmente il proprio futuro: più investimenti mirati, servizi pubblici forti ed efficienti, fiscalità più equa, politica industriale chiara, salari dignitosi e lavoro di qualità.
- Perché senza salari solidi non c’è vera crescita; senza servizi pubblici forti non c’è attrattività duratura; e senza una vera politica economica, il divario con il resto della Svizzera continuerà ad allargarsi.