Violenza giovanile. Pino Sergi: “Il problema è la società”

Giuseppe Sergi: «Il problema non è una generazione, ma la società»

Il deputato dell’MPS, membro di comitato di ErreDiPi ed ex docente respinge una lettura esclusivamente repressiva del disagio giovanile: «La scuola non può risolvere da sola problemi che nascono nell’organizzazione della società»

BELLINZONA – Non una generazione improvvisamente diventata più aggressiva, ma il riflesso di una società sempre più diseguale, competitiva e incapace di offrire prospettive credibili. Giuseppe “Pino” Sergi[1], deputato dell’MPS e per molti anni attivo nell’insegnamento, respinge la lettura che riduce la violenza giovanile a una semplice questione di ordine pubblico. Sergi allarga lo sguardo alle condizioni nelle quali crescono gli adolescenti: precarietà, disuguaglianze, perdita di fiducia nelle istituzioni, indebolimento della scuola pubblica e un’esposizione continua alla violenza attraverso guerre e social network. Una lettura fortemente politica, che individua nel sistema capitalistico l’origine profonda di molte delle contraddizioni attuali.

Le cronache raccontano con crescente frequenza episodi di aggressioni, risse e violenze che coinvolgono ragazzi anche giovanissimi. Siamo di fronte a una generazione più violenta oppure a una società che non riesce più a comprenderne e governarne i comportamenti?

«Non credo che siamo di fronte a una generazione intrinsecamente più violenta delle precedenti. Diffiderei, innanzitutto, delle generalizzazioni che tendono a rappresentare i giovani come un problema di ordine pubblico. Dovremmo piuttosto interrogarci sulla società nella quale questi giovani crescono e sulle prospettive che essa è in grado di offrire loro. Viviamo una crisi profonda del sistema capitalistico, che non è soltanto economica, ma anche sociale, politica e culturale. Una crisi che si manifesta nella crescente difficoltà a immaginare un futuro migliore, nella precarietà delle condizioni di vita, nell’aumento delle disuguaglianze, nell’indebolimento dei legami collettivi e nella perdita di credibilità delle istituzioni. In Ticino ne sappiamo qualcosa. A tutto questo si aggiunge una crisi dei valori fondamentali della convivenza umana. Una società che esalta la competizione, il successo individuale e la ricerca del profitto finisce inevitabilmente per indebolire valori come la solidarietà, la cooperazione e il rispetto della dignità umana. E sono spesso proprio i governi e le istituzioni che dovrebbero difendere questi principi a contraddirli con le loro scelte.

Pensiamo a quanto è accaduto e continua ad accadere a Gaza, alla distruzione di un’intera società, alle decine di migliaia di vittime e alla sofferenza della popolazione civile. Il genocidio denunciato da numerosi organismi e osservatori internazionali pone una questione fondamentale: quale valore attribuisce realmente la nostra società alla vita umana? E quale messaggio trasmettiamo ai giovani quando il rispetto della vita, proclamato come principio universale, appare subordinato agli interessi politici, economici e militari? In questo contesto, alcuni comportamenti violenti possono essere interpretati come sintomi di un disagio molto più generale. Il problema è che il dibattito pubblico tende a partire dai disordini e dalle aggressioni, invece di interrogarsi sulle condizioni che li producono».

Lei ha alle spalle una lunga esperienza nell’insegnamento. Guardando ai giovani di oggi, quali sono i cambiamenti più significativi che ha osservato rispetto alle generazioni precedenti?

«Non penso che i giovani di oggi siano meno capaci o meno interessati a impegnarsi rispetto a quelli delle generazioni precedenti. Ricordo, ad esempio, che in Svizzera negli ultimi dieci anni abbiamo avuto movimenti sociali di straordinaria partecipazione, di gran lunga superiori a quelli del passato. Penso alle mobilitazioni delle donne, a quelle contro il riscaldamento climatico e, più di recente, a quelle in solidarietà con la popolazione palestinese. Ebbene, in questi movimenti erano i giovani, in particolare le giovani donne, a costituire la presenza maggioritaria. Sono invece profondamente cambiate le condizioni nelle quali crescono, studiano e cercano di costruire il proprio futuro. Uno dei cambiamenti più importanti riguarda proprio il rapporto con il futuro. Per diverse generazioni, pur con tutte le contraddizioni e le disuguaglianze esistenti, era possibile immaginare che lo studio, la formazione e il lavoro avrebbero permesso un miglioramento delle proprie condizioni di vita. Oggi questa prospettiva appare molto più incerta. Molti giovani hanno la sensazione che, indipendentemente dai loro sforzi, sarà difficile raggiungere condizioni di vita migliori di quelle dei propri genitori. Direi di più: questa sensazione è ormai diventata una certezza! A questo si aggiunge una crisi profonda della formazione. C’è poi un elemento che considero importante: i giovani sono oggi esposti in maniera molto più diretta e continua alle contraddizioni del mondo nel quale vivono. Attraverso i mezzi di comunicazione e i social network assistono quotidianamente a guerre, ingiustizie, devastazione ambientale, disuguaglianze e sofferenze di intere popolazioni. Tutto questo può alimentare sentimenti di impotenza, frustrazione e sfiducia. Non parlerei quindi di un peggioramento dei giovani, ma di un peggioramento delle condizioni materiali, sociali e culturali nelle quali devono costruire il proprio percorso e il proprio futuro».

Quando un adolescente arriva a considerare la violenza uno strumento per affermarsi, ottenere rispetto o conquistare visibilità, dove dobbiamo cercare le cause?

«Dobbiamo cercarle innanzitutto nelle contraddizioni della società capitalista, che esalta continuamente il successo individuale, la forza, il denaro e la visibilità, ma rende questi traguardi irraggiungibili per la stragrande maggioranza dei giovani. Non dovrebbe sorprenderci che, in un simile contesto, alcuni ragazzi finiscano per cercare forme distorte di riconoscimento e di affermazione personale. C’è inoltre una contraddizione evidente nei messaggi che la nostra società trasmette. Da una parte condanniamo, giustamente, la violenza individuale; dall’altra viviamo in un mondo nel quale la violenza viene continuamente utilizzata come strumento di potere, di dominio e di risoluzione dei conflitti: basti pensare alle guerre in corso. Naturalmente questo non significa giustificare la violenza, né sostenere che esista un rapporto automatico tra le guerre e il comportamento di un adolescente. Significa però riconoscere che i modelli dominanti nella società influenzano anche i comportamenti individuali. D’altra parte, la storia ci insegna che esplosioni di rabbia e forme di conflittualità sociale sono sempre esistite. Pensiamo, per esempio, al movimento dei gilets jaunes in Francia. Si tratta evidentemente di un fenomeno diverso dalla violenza giovanile, ma che mostra come l’accumulazione di frustrazioni, l’assenza di prospettive e la mancanza di risposte politiche possano produrre forme di contestazione anche molto dure. Il problema fondamentale è che, quando una società non offre prospettive collettive di cambiamento, il disagio rischia di trovare espressione in comportamenti individuali, talvolta distruttivi. Per questo credo che la risposta debba essere innanzitutto politica e sociale».

Un tempo il rispetto per genitori, insegnanti e istituzioni era considerato un valore fondamentale. Oggi sembra essere sempre più spesso oggetto di discussione. È una conquista di libertà oppure abbiamo perso qualcosa di importante?

«Credo che occorra innanzitutto distinguere il rispetto dall’obbedienza. Noi apparteniamo alla generazione don Milani, cresciuti con l’idea, per citarlo, che “l’obbedienza non è più una virtù”. Il fatto che l’autorità dei genitori, degli insegnanti o delle istituzioni non venga più accettata automaticamente non è necessariamente negativo. Al contrario, la possibilità di discutere, criticare e mettere in questione l’autorità rappresenta, a mio modo di vedere, una conquista importante. Non dobbiamo assolutamente rimpiangere una società nella quale il rispetto era spesso imposto attraverso rapporti gerarchici e autoritari. Il problema è piuttosto quello della credibilità dell’autorità e dei valori sui quali essa pretende di fondarsi. Il rispetto non si può semplicemente esigere: deve essere costruito attraverso relazioni fondate sulla fiducia, sulla coerenza e sul riconoscimento reciproco. E qui emerge una contraddizione fondamentale. Ci si preoccupa molto della presunta perdita di valori tra i giovani, ma ci si interroga assai meno sulla distruzione di quei valori da parte del sistema economico e politico nel quale viviamo.

Non credo quindi che il problema sia semplicemente una perdita dei valori da parte delle nuove generazioni. È anche, e forse soprattutto, una crisi di credibilità dei valori proclamati dalle classi dirigenti. Questo vale anche per la scuola. L’autorevolezza di un insegnante non dovrebbe derivare dalla possibilità di imporre sanzioni, ma dalla qualità della relazione educativa, dalle conoscenze che è in grado di trasmettere e dalla possibilità di lavorare in condizioni adeguate. Non abbiamo bisogno di un ritorno all’autoritarismo, ma di una società nella quale i valori che vengono insegnati siano anche concretamente praticati. Se c’è qualcosa che i giovani sanno riconoscere al volo, ebbene, questa è proprio l’ipocrisia, la contraddizione tra dichiarazioni e comportamenti».

La scuola è chiamata sempre più frequentemente a occuparsi non soltanto dell’istruzione, ma anche dell’educazione e del disagio sociale. Le stiamo chiedendo di supplire a responsabilità che dovrebbero appartenere innanzitutto alle famiglie?

«Non contrapporrei le responsabilità della scuola a quelle delle famiglie. L’educazione è sempre stata anche una funzione della scuola e non può essere separata artificialmente dall’insegnamento. Il vero problema è che oggi alla scuola viene chiesto di affrontare un numero crescente di difficoltà sociali, senza che le vengano garantite le risorse necessarie. Le famiglie stesse sono sottoposte a pressioni sempre maggiori: precarietà, ritmi di lavoro, difficoltà economiche, insicurezza rispetto al futuro. Non possiamo ignorare queste condizioni e limitarci ad attribuire loro la responsabilità dei problemi dei figli. La mancanza di risorse per la scuola pubblica ha conseguenze dirette sulle condizioni di lavoro degli insegnanti e sulle possibilità di apprendimento degli allievi. Troppo spesso si affrontano queste difficoltà attraverso riforme organizzative, nuove procedure, maggiori richieste burocratiche o misure disciplinari, invece di intervenire sulle condizioni concrete dell’insegnamento. Occorrerebbe invertire radicalmente questa tendenza: investire molto di più nella scuola pubblica, ridurre il numero di allievi per classe, migliorare le condizioni di lavoro degli insegnanti, rafforzare le strutture di sostegno e garantire a tutti una formazione di qualità. È quanto chiedono i docenti che, proprio in questa prospettiva, intendono mobilitarsi anche in Ticino nelle prossime settimane. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che la scuola, da sola, non può risolvere problemi che hanno origine nell’organizzazione complessiva della società. Non possiamo pretendere che la scuola trasmetta valori di solidarietà, cooperazione e rispetto reciproco se, al di fuori delle sue mura, prevalgono modelli fondati sulla competizione permanente, sull’individualismo e sulla subordinazione dei bisogni umani agli interessi economici. È una partita, per la scuola, persa in partenza».

Lei ha spesso richiamato l’attenzione sulle disuguaglianze sociali. Quanto incidono concretamente sulla violenza giovanile?

«Le disuguaglianze sociali hanno un peso fondamentale, anche se naturalmente non esiste un rapporto automatico tra povertà e violenza. La grande maggioranza dei giovani che vivono situazioni di difficoltà economica non manifesta comportamenti violenti, e la violenza può essere presente anche negli ambienti sociali più privilegiati. Il problema riguarda le conseguenze complessive delle disuguaglianze: le differenti opportunità di formazione, l’accesso alla cultura, le condizioni abitative, le prospettive professionali e, soprattutto, la possibilità di immaginare un futuro. È evidente che l’assenza di prospettive, l’emarginazione e il sentimento di esclusione possono contribuire a creare condizioni nelle quali il disagio assume anche forme violente. Per questo è sbagliato criminalizzare i giovani dei ceti popolari, come spesso accade nel dibattito pubblico».

I social network hanno modificato profondamente il modo in cui gli adolescenti costruiscono la propria identità e cercano approvazione. Quanto incidono sulla diffusione di modelli aggressivi, sulla spettacolarizzazione della violenza e sulla perdita di empatia?

«I social network svolgono certamente un ruolo importante. Possono amplificare comportamenti aggressivi, trasformare episodi di violenza in spettacolo e favorire forme di competizione alla ricerca di visibilità e riconoscimento. Ma anche in questo caso bisogna evitare di scambiare lo strumento per la causa fondamentale del problema. I social network non nascono al di fuori della società: ne riflettono e ne accentuano alcune caratteristiche. Sono organizzati prevalentemente secondo logiche commerciali, nelle quali l’attenzione diventa una merce e la visibilità, così come la competizione, un obiettivo. Non è casuale che queste logiche possano favorire l’esibizione, la provocazione e talvolta anche la violenza. Si tratta, in fondo, di un’estensione di valori già largamente presenti nella società capitalistica.

Non risolveremo quindi il problema semplicemente vietando qualche piattaforma o limitando l’accesso agli strumenti digitali. Occorre interrogarsi sui modelli sociali e culturali che proponiamo ai giovani e sulle possibilità concrete che offriamo loro di costruire relazioni, identità e forme di partecipazione collettiva alternative alla competizione permanente. In poche parole, dobbiamo offrire, e celermente, la prospettiva di una società liberata dal capitalismo e dalle sue orrende conseguenze. È questo, d’altronde, quel che motiva il mio impegno politico come esponente di una forza politica anticapitalista quale l’MPS».

Le immagini di quanto accade in alcune città italiane suscitano preoccupazione anche alle nostre latitudini. Il Ticino presenta già segnali riconducibili a queste dinamiche oppure la nostra realtà sociale ed educativa conserva caratteristiche differenti?

«Il Ticino presenta certamente caratteristiche diverse rispetto ad alcune grandi realtà urbane italiane o europee. Le dimensioni del territorio, le strutture sociali e il contesto istituzionale sono differenti. Sarebbe quindi sbagliato trasferire automaticamente alla nostra realtà interpretazioni costruite a partire da situazioni molto diverse. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che il Ticino sia al riparo dalle contraddizioni economiche e sociali che attraversano il resto dell’Europa. Anche da noi esistono disuguaglianze importanti, difficoltà di accesso a condizioni di vita soddisfacenti, incertezze professionali e prospettive economiche problematiche per molti giovani. Dobbiamo inoltre ricordare che i giovani ticinesi vivono nello stesso contesto culturale e politico internazionale degli altri giovani europei. Sono confrontati con le stesse contraddizioni. Il rischio è che anche da noi ci si limiti a chiedere più polizia, più controlli e sanzioni più severe: ma tutta la repressione di questo mondo, senza modificare le condizioni che alimentano il disagio, non farà altro che rinviare il problema.

Quello che manca, in Ticino come altrove, è una prospettiva credibile di cambiamento sociale e politico. Non qualche misura marginale, ma un cambiamento radicale, rapido e profondo, capace di rimettere al centro i bisogni collettivi, la scuola pubblica, il lavoro, la cultura, la solidarietà e il rispetto della vita umana. Credo che dovremmo smettere di considerare i giovani principalmente come un problema da controllare e cominciare a considerarli come protagonisti indispensabili di una trasformazione della società. In definitiva, il vero problema non è che i giovani non rispettino più questa società, ma che questa società sia sempre meno capace di offrire loro ragioni per avere fiducia nel futuro. Se vogliamo realmente contrastare la violenza, dobbiamo costruire una società che non faccia della forza, della sopraffazione e della competizione i principi dominanti delle relazioni umane».


[1] Giuseppe “Pino” Sergi è membro del comitato di ErreDiPi.

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