Come tassare i miliardari, dalla California a Milano

Revolution – Il mondo cambia ogni giorno, podcast e programma di Stefano Feltri (Rai Radio 3), a cura di Sonia Kürzel. Ospite: Enrico Pedemonte. Puntata del 23.10.2026.

Trascrizione

Feltri — Si possono vincere le elezioni promettendo più tasse, almeno per qualcuno? Questa è una domanda che la sinistra inizia a farsi un po’ ovunque nel mondo, per almeno tre ragioni.

La prima è di equità: è difficile giustificare, in tempi di forti tensioni sociali, che i più ricchi abbiano un carico fiscale in percentuale più basso di quello che grava sulla classe media.

La seconda ragione per rivalutare certe tasse è che le esigenze di gettito fiscale stanno aumentando: servono soldi per la transizione ecologica, per l’aumento delle spese militari, per sostenere il welfare in una società che invecchia e per gestire le emergenze.

I critici delle imposte sulle grandi ricchezze dicono: «Se tassi i miliardari, i miliardari sposteranno i loro capitali altrove, perché sono molto mobili e facili da nascondere». Ma la terza ragione a sostegno di queste patrimoniali è proprio che la presenza dei ricchi rischia di alterare le dinamiche della democrazia; dunque la loro fuga, e quella dei loro capitali, non sarebbe poi un inconveniente ma un benefico effetto collaterale di queste tasse, che si chiamino patrimoniali o altro.

A Milano, che anche in questi giorni si conferma la città simbolo delle disuguaglianze italiane, uno degli aspiranti candidati sindaco del centrosinistra, Pierfrancesco Majorino del PD, propone una piccola imposta sui ricchi: non una patrimoniale, ma un’addizionale comunale specifica sull’Irpef degli ultraricchi che beneficiano della flat tax, cioè di quella norma introdotta a suo tempo dal governo Renzi nel 2016 che consente a certi residenti di pagare una somma fissa sui redditi generati all’estero. La chiamavano la «norma Cristiano Ronaldo», dal nome di uno dei primi beneficiari. All’epoca si pagavano 100 000 euro forfettari sul reddito generato all’estero; poi il governo Meloni ha alzato quella cifra a 300 000 euro.

I miliardari, in realtà, forse sono più disposti a pagare le tasse di quello che hanno sempre detto. Questo almeno sembra di intuire osservando quello che sta succedendo in California. Il 3 novembre si vota un referendum che potrebbe avere rilevanza globale. La proposta sulla scheda è quella non di una patrimoniale ricorrente, ma di un prelievo una tantum fino al 5% del patrimonio netto imponibile dei miliardari residenti in California al 1° gennaio 2026. I soldi raccolti da quella che è nota come Proposition 40 verrebbero usati per compensare i tagli a Medi-Cal, il sistema sanitario che consente l’accesso alle cure a chi ha redditi bassi. Le stime di gettito sono molto diverse: i sostenitori della Proposition 40 dicono 100 miliardi; il think tank conservatore Hoover Institution dice che, visto che molti miliardari si sposteranno, alla fine la California avrebbe un gettito più basso, di 39 miliardi.

Enrico Pedemonte è un giornalista e scrittore, ha scritto La fattoria degli umani. Come le piattaforme digitali stanno riprogettando la nostra vita e perché la destra vince.

Pedemonte — La richiesta di un nuovo approccio fiscale alle grandi ricchezze, soprattutto dei miliardari, non è un tema solo della California: altrove se ne discute. In Francia si è discusso per mesi della tassa Zucman, un prelievo minimo del 2% sui grandi patrimoni, poi bocciata dall’Assemblea nazionale. E persino la Cina di Xi quest’estate ha introdotto un’imposta del 20% sui redditi dei trust offshore con cui le grandi famiglie avevano portato il capitale a Hong Kong, a Singapore o alle Cayman.

Le conseguenze sono di due tipi. La prima è la reazione dei ricchi, che è durissima. Sergey Brin, cofondatore di Google e uno degli uomini più ricchi del mondo, ha speso da solo oltre 100 milioni di dollari contro la Proposition 40 e finanzia due contro-referendum che la annullerebbero se prendessero più voti il 3 novembre. Questo dovrebbe allarmarci tutti: quando un singolo uomo può mettere sul tavolo cifre del genere per orientare il voto di un intero Stato, la ricchezza smette di essere un fatto economico e diventa un potere politico che pesa più di quello dei cittadini.

La seconda conseguenza è più profonda ed è culturale. L’idea di tassare i grandi patrimoni, che fino a pochi anni fa era impronunciabile, è tornata nel dibattito pubblico. E qui c’è un contrasto che dovrebbe far riflettere. In Cina la ricchezza si colpisce per decreto; nelle democrazie bisogna convincere gli elettori. È paradossale che le democrazie non riescano a tassare la ricchezza dei miliardari e così perdano consenso, perché non sono più in grado di fornire servizi adeguati, mentre i regimi autoritari lo fanno e il consenso lo guadagnano.

Feltri — Si possono vincere le elezioni con la promessa di nuove tasse? È una strategia che anche la sinistra italiana potrebbe seguire?

Pedemonte — Certo che potrebbe seguirla, ma a certe condizioni. L’esempio più chiaro è quello di Zohran Mamdani a New York, che ha fatto campagna proprio sulla tassazione dei ricchi e ha vinto. Da sindaco ha girato un video davanti all’attico del miliardario Ken Griffin, in una campagna poi riuscita per tassare le seconde case di lusso. La lezione è che una tassa si vende solo se è mirata a pochissimi e se è legata a un beneficio concreto.

Michael Sandel lo dice bene: chi porta i profitti nei paradisi fiscali non è un patriota, tradisce il proprio Paese. È un linguaggio che la sinistra ha lasciato alla destra. E in Italia, secondo un sondaggio YouGov del 2024, il 61% degli italiani è favorevole a un’imposta sui grandi patrimoni. Ma la sinistra italiana ha paura persino della parola «patrimoniale».

Feltri — Gabriel Zucman, economista francese che da anni si batte per maggiori prelievi fiscali sugli ultraricchi, usa sempre due argomenti a sostegno delle sue proposte.

Il primo è che i ricchi possono permettersi di pagare imposte più alte e devono pagarle sul patrimonio, perché la loro ricchezza è spesso strutturata in modo da sfuggire alle imposte sul reddito: che si tratti di azioni, di holding alle quali affluiscono i dividendi, di immobili detenuti da società.

Il secondo argomento è che i ricchi sono molto meno mobili di quello che raccontano. Perché un conto è vivere in centro a Parigi, un altro è dover vivere a Bruxelles e poi spostarsi in treno su Parigi ogni volta che se ne ha bisogno, soltanto perché bisogna nascondersi dal fisco francese in Belgio. E lo stesso vale in California: stare lontani dal posto in cui succedono tutte le principali innovazioni significa perdersi opportunità di profitti miliardari.

A pochi giorni dal voto in California è arrivato infatti un colpo di scena che sembra dar ragione a Zucman. Meta, l’azienda che controlla Facebook e Instagram, ha pubblicato un documento fiscale per gli investitori nel quale si legge che Mark Zuckerberg ha abbandonato l’idea di lasciare la California per sfuggire alla patrimoniale, e Meta avvierà una complessa operazione societaria per consentirgli di monetizzare una parte della sua quota azionaria e pagare la tassa, che nel suo caso vale 10 miliardi di dollari. Una tantum, ricordiamolo.

Meta distribuirà a tutti gli azionisti un’azione di classe C, senza diritto di voto, per ogni azione di classe A o B detenuta. Zuckerberg potrà vendere subito il 20% delle nuove azioni C, conservando le azioni B a voto maggiorato. In pratica, così otterrà i soldi per pagare l’eventuale patrimoniale, se il referendum passerà, senza però perdere la sua influenza sulla gestione dell’azienda.

Il documento di Meta racconta come si è arrivati a questo punto, in una versione forse un po’ di comodo ma che giustifica agli azionisti questa scelta. In pratica vi si dice che quando Zuckerberg, a causa del referendum, ha annunciato che avrebbe messo in vendita la sua villa di Palo Alto per spostarsi altrove, fuori dalla California, l’annuncio immobiliare avrebbe potuto far scendere il valore delle azioni di Facebook; e allora l’azienda ha dovuto trovare con Zuckerberg uno schema per consentirgli di pagare la patrimoniale rimanendo in California. Si legge anche, in questo documento, che Zuckerberg dal 2013 riceve solo un dollaro all’anno di salario dalla sua azienda, e sullo stipendio, appunto, paga praticamente zero: è uno dei tanti modi che hanno gli ultraricchi per minimizzare il carico fiscale.

La morale che arriva dalla California per la sinistra, insomma, è incoraggiante. I ricchi che hanno davvero un interesse imprenditoriale a rimanere pagheranno qualunque cifra. Quelli che sono disposti ad andarsene forse non hanno poi un gran legame con il territorio, e dunque è lecito pensare che la loro ricchezza non abbia molte ricadute sociali positive, mentre è sufficiente ad alterare le dinamiche democratiche, perché consente loro di finanziare campagne come quelle dei miliardari contro il referendum sulla patrimoniale.

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