di Andrea Ghiringhelli
articolo pubblicato sulla Regione del 31.10.2026
Scendere in piazza con responsabilità non solo è un diritto, è pure un dovere ineludibile: l’ultimo argine rimasto alla democrazia quando le istituzioni smettono di garantire il futuro
| – La repressione può fermare un saccheggio; non chiarisce le ragioni e le responsabilità del disagio – La politica di oggi amministra il presente senza alcuna visione per il futuro – La democrazia è un processo, un cantiere aperto, che minaccia di chiudere se non viene riattivato da ogni nuova generazione |
Le piazze d’Europa si riempiono di giovani. Ma occorre distinguere. Ci sono giovanissimi che devastano, saccheggiano, spaccano vetrine e la meta sono le scarpe di moda o l’iPhone che non avevi. Sono giovani senza idee e davanti a loro il vuoto. La rabbia si mescola alla frustrazione, il vandalismo alla bravata e alla noia. La turbodestra parla di delinquenti e ha pronti i rimedi: non occorre capire e guardarsi allo specchio, basta punire. I più morigerati propendono per le pedate in culo pure ai genitori; per gli intransigenti il rimedio è il carcere duro dai dodici anni di età in su. L’indignazione è legittima e la condanna della violenza è scontata. Ma diciamo a questi signori che punire non significa spiegare. La repressione può fermare un saccheggio; non chiarisce le ragioni e le responsabilità del disagio: cercare di capire non significa giustificare. A nessuno viene il sospetto che forse la politica del presente ha qualche responsabilità e alcune colpe da confessare?
Accanto a chi distrugge ci sono giovani con idee in testa: manifestano pacificamente e avanzano richieste. Chiedono un’altra politica e hanno mille ragioni. Dignità per tutti, un po’ più di giustizia sociale e di uguaglianza, tutela ambientale, rispetto del pianeta e un futuro un po’ meno fosco dovrebbero essere il cardine di una politica che guarda alle nuove generazioni. Ma la politica di oggi – per dirla con il politologo – amministra il presente senza alcuna visione per il futuro: cerca il consenso del presente perché il futuro non vota. Così le scelte vitali vengono rinviate, le disuguaglianze ignorate e il costo dell’inazione scaricato interamente su chi verrà dopo. È una logica cieca che ci sta portando al disastro. E ci domandiamo ancora perché i giovani protestano e tanta gente scende in piazza? Norberto Bobbio ce lo spiega nel 1978 in una delle sue seguitissime lezioni: «Se andiamo a vedere qual è la causa fondamentale da cui nascono i mutamenti, e quelle che noi oggi chiamiamo rivoluzioni, questa causa è l’ingiustizia, oggettivamente; e soggettivamente, quello che noi chiameremmo la coscienza di questa ingiustizia, in alcuni gruppi sociali che si organizzano per reagire a questa ingiustizia» (29 novembre 1978).
Questa consapevolezza della dinamica tra ingiustizia, cambiamento e rinnovamento generazionale trova un’eco perfetta nella visione di Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti e presidente dal 1801 al 1809. Fece una dichiarazione che ai più apparve sorprendente: auspicava una ribellione suppergiù ogni vent’anni per evitare che la stabilità diventasse immobilismo. Spiegava che una generazione non ha il diritto di vincolare con la sua politica e le sue leggi le generazioni future. Insomma, i vivi non possono restare prigionieri delle decisioni dei morti.
A due secoli di distanza questi due pensatori straordinari, ognuno a suo modo e in contesti diversissimi, esprimono un pensiero comune sul senso del governo democratico: la democrazia è un processo, un cantiere aperto, che minaccia di chiudere se non viene riattivato da ogni nuova generazione. Teniamolo ben presente. Osserviamo la politica che va per la maggiore e gli obiettivi dichiarati dai potenti di questo mondo, da Trump giù fino ai vari cacicchi disseminati ovunque. Ci garantisce, questa politica un mondo migliore? Più giustizia, più equità, più rispetto umano? O piuttosto preannuncia la fine di tutto?
Per farla breve: al cospetto di questa scellerata politica, scendere in piazza con responsabilità non solo è un diritto, è pure un dovere ineludibile. Quando le istituzioni smettono di garantire il futuro, la protesta non è un’anomalia da reprimere, ma l’ultimo argine rimasto alla democrazia per correggere le storture.