di Enrico Quaresmini, presidente di ErreDiPi
dalla Regione, 21.10.2026
Quando uno esclama «Dai che domani farà bello!», non sta dicendo esplicitamente che oggi il tempo è uggioso, ma lo lascia capire: se non piovesse, tacerebbe.
Ora, l’articolo di Daniele Piccaluga pubblicato sul Corriere del Ticino giovedì 15 ottobre è pieno di questi «Dai che domani farà bello!». Eccone tre: «Sarebbe curioso pretendere che soltanto il modo di insegnare restasse immutabile», tradotto: “Tutto cambia, solo i docenti si rifiutano di mutare il loro modo di insegnare”; «Ma quanto ci interroghiamo sull’entusiasmo di chi dovrebbe appassionarli?», ossia: “Gli insegnanti non sanno coinvolgere i loro allievi, e nessuno dice niente…”; «L’esperienza è un patrimonio, purché non diventi il nome elegante che diamo all’abitudine», cioè: “I prof con esperienza vivono di rendita, ma – con stile – sanno nasconderlo”. Potrei andare avanti.
Mi viene da sorridere quando Piccaluga concede, bonario, che «insegnare oggi non è una passeggiata» e che «gli insegnanti meritano rispetto, sostegno e condizioni adeguate per lavorare». Rido un po’, lo ammetto, quando inanella perle di saggezza come «non può essere sempre il sistema a cambiare mentre chi ne fa parte resta immobile» o «i diritti vanno difesi, ma non cancellano i doveri» o ancora «una scuola esigente deve esserlo anche con sé stessa».
Farei male, però, a ridere di lui, a trattarlo con sufficienza: perché il suo articolo, nonostante le ingenuità (o forse grazie a queste), fa passare – implicitamente, con altri «Dai che domani farà bello!» – almeno due idee velenose: 1. che i docenti non siano valutati; 2. che una valutazione abbinata a una progressione economica migliori la scuola.
I docenti sono valutati, checché se ne dica. Lo sono al momento del concorso, dove presentano i diplomi di maturità e laurea, svolgono prove scritte e orali e ricevono dei punteggi (che poi non siano pubblici è un problema, ma è un’altra storia…). Lo sono durante gli anni d’insegnamento, quando ricevono visite dagli esperti di materia e dai direttori o dalle direttrici del loro istituto. Lo sono poi, quotidianamente, da allievi e famiglie che parlano delle loro lezioni, le commentano e, talvolta, fanno risalire eventuali lamentele fino alle Direzioni o al DECS. Ma poi: quali sarebbero i «criteri seri», le «valutazioni equilibrate e trasparenti» che dovrebbero permettere di «valutare seriamente […] la qualità dell’insegnamento»? Se Piccaluga ne ha in mente alcuni, li descriva.
Il salario al merito per i docenti in Svizzera non è un’idea nuova né un tabù, come lascia intendere Piccaluga: basta cercare un po’ su Internet e si scopre che diversi cantoni hanno provato ad applicarlo, negli ultimi decenni, con scarsa fortuna. Non serve Internet o l’IA, però, per intuire il perché di questa scarsa presa: valutare seriamente costa troppo e prende troppo tempo, non è facile trovare criteri e modalità di valutazione equi, si stanziano «premi» troppo piccoli per motivare davvero.
Allora perché proporre qualcosa che non funziona? Non lo so. Ipotizzo: gli insegnanti si stanno muovendo di fronte a un’emergenza educativa che diventa sempre più insostenibile? Stanno dicendo forte e chiaro che servono risorse supplementari per farvi fronte? Stanno riflettendo, anche aiutati da ErreDiPi, su quali rivendicazioni portare avanti per migliorare davvero la scuola? E allora meglio cercare di metterli a tacere, tratteggiandoli, seppur goffamente, come bonzi che giudicano senza essere giudicati.
Domani farà bello? Non ne sono certo. Ma credo che per far tornare il sereno sulla scuola ticinese non servano premi per pochi: servono classi meno numerose, meno ore d’insegnamento in classe e salari adeguati per tutti. Il resto è meteorologia.